Viaggio d’affari a Bucarest
1999: lavoravo per un’azienda italiana di software, era il periodo del boom della rete, in cui non si riusciva a trovare nessun programmatore, e i pochi disponibili pretendevano salari inadeguati rispetto alle loro competenze. Cosa fare?
L’azienda decise di provare nei paesi dell’Est, in cui la difficoltà di trovare un’occupazione rimaneva elevata anche dopo il conseguimento della laurea, e dove i costi erano notevolmente minori. La Romania fu uno di questi paesi: non troppo lontana e con la stessa radice linguistica dell’italiano; inoltre, molte persone erano già in grado di capire l’italiano o erano comunque molto veloci nell’apprenderlo. Decisione presa: sarei andata a Bucarest con il direttore generale dell’azienda per condurre delle interviste per i programmatori web. Molto confortante!Io stessa non avevo le competenze …hmm… decisi allora di fare le interviste ad un livello più personale, di esperienza e di aspettative e chiesi ai miei colleghi tecnici di preparare alcuni test che gli intervistati avrebbero completato, i quali sarebbero stai successivamente valutati una volta ritornati alla sede centrale. Avevamo bisogno del visto in quanto la Romania non faceva ancora parte dell’UE. Un volo Tarom ci portò a Bucarest, dove per prima cosa ci attendeva una interminabile coda. "Pazienza" fu una delle parole chiave dell’intero viaggio. Quando finalmente arrivò il nostro turno, i passaporti vennero puntigliosamente ispezionati e un nuovo, enorme, timbro venne apposto sui nostri documenti. Dopo ci fu chiesto di cambiare un po’ di soldi con la valuta corrente, la vecchia "Lei". Non ci sarebbe stata altra possibilità, in quanto le banche europee occidentali non trattavano quella valuta. Eravamo ancora sull’aereo quando iniziammo a parlare con una signora italiana che veniva spesso in Romania. Ci diede un sacco di consigli utili e ci suggerì di prendere il taxi privato che lei affittava sempre: il tassista parlava italiano e ci si poteva fidare di lui, sia da un punto di vista personale che dal punto di vista delle tariffe. Molti tassisti cercavano di sfruttare il fatto che gli stranieri non avessero idea dei costi, chiedevano quindi tariffe molto più alte della norma. Ero colpita dal fatto che in città tutto sembrasse grigio: macchine (vecchie Dacia, tutte malmesse e spesso tenute salde solo con corda da imballaggio), strade, superfici e perfino le stesse persone. Per quei 4 giorni che dovetti stare là, non vidi mai nessuno sorridere. Non considerando i miei intervistati ovviamente. Gruppi di bambini che erano seduti per le strade da soli…scoprii che erano senza tetto che dormivano sull’asfalto, dove passavano i tubi dell’acqua che li tenevano un po’ al caldo. Gruppi di cani randagi dall’aspetto pericoloso e malato correvano sulla strada alla disperata ricerca di qualcosa da mangiare: di notte, quando giravamo per le strade con il taxi, e con la sola luce della macchina apparivano improvvisamente davanti ai nostri occhi dai vicoli bui. Grandi ammassi di bidoni della spazzatura erano distesi sulla strada distrutti dai quei cani che, pur avendo paura, sarebbero stai pronti a difendere il loro cibo ad ogni costo. Invece le nostre cene furono molto prelibate: pagando ciò che in Italia sarebbe stato il prezzo di una pizza e di una birra, cenammo nei migliori ristoranti della città…facevano ricordare che c’erano stati tempi migliori. La musica dal vivo dei violini e della fisarmonica riempiva la stanza e i tanti camerieri servivano i pochi tavoli a cui qualcuno si era accomodato. Probabilmente durante un viaggio d’affari, proprio come noi.
Con il denaro che avevamo dovuto cambiare c’era veramente poco da poter comprare. I souvenirs erano impossibili da trovare, i negozi avevano vetrine sporche e spoglie. Nessun posto da poter visitare: trovammo solo in un momento di pausa un museo di campagna all’aria aperta, in cui erano presenti solo due o tre case rurali. Il museo costava praticamente nulla, ma se non altro era l’unico posto della città in cui potei trovare alcune poche cartoline. Cartoline alquanto brutte e tristi. E anche alcuni manufatti artigianali tipici: una sorta di gusci d’uovo pitturati. Almeno un po’ di colore lì era stato usato! Diedi le monete che non avevo speso ad alcuni bambini, che ovviamente non riuscivano a capacitarsi da dove tutta quella fortuna potesse provenire: mi guardavano con grande sospetto.
I colloqui andarono bene: tutti i candidati avrebbero fatto qualsiasi cosa per ottenere il lavoro. Alcuni parlavano l’italiano abbastanza bene da poter fare il colloquio in italiano, mentre altri possedevano buone competenze. Il problema si trovava inaspettatamente su un altro fronte: una volta a casa , decidemmo chi poteva lavorare per noi. Ma trascorremmo mesi e mesi parlando con molti uffici diversi, all’ufficio per gli immigrati in Italia, in Romania, al ICE (Istituto per il Commercio Estero), che già ci aveva dato i loro uffici e il supporto necessario, al console generale italiano a Bucarest… Era impossibile ottenere I visti per queste persone e farle arrivare a Milano. Neppure dimostrando che avrebbero avuto un lavoro, uno stipendio e un’abitazione, spesata dall’azienda stessa! Alcuni genitori mi chiamarono nei mesi successivi. Spiegavo sempre le stesse cose: una nuova legge sarà approvata, nuove regolamentazioni dovrebbero permetterci di procedere; dobbiamo essere pazienti per un altro paio di mesi… poi le telefonate arrivavano sempre più di rado, fino a che alla fine smisero anche di sperare.
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